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Pisaroni (Cgil): “Senza consenso è stupro”. Da Piacenza a Roma la mobilitazione contro il ddl Bongiorno

Anche a Piacenza abbiamo lanciato un piccolo sasso nello stagno. Uno stagno che oggi si vuole agitare, rivoltare, cambiare. Lo stagno è rappresentato dal ddl Bongiorno sulla violenza sessuale, che rischia di tradire le donne e le soggettività più esposte alla violenza.

Dopo i presìdi organizzati in diverse città con i centri antiviolenza – a cui hanno contribuito anche i coordinamenti donne Cgil – lo scorso 15 febbraio, in occasione dell’anniversario dei 30 anni dall’approvazione della legge del 1996 contro lo stupro, la mobilitazione è tornata in piazza. Il 28 febbraio a Roma migliaia di persone hanno sfilato nel corteo nazionale promosso dai centri antiviolenza contro il ddl Bongiorno.

Oltre 500 centri antiviolenza si sono mobilitati in tutto il Paese. Ma il sostegno è arrivato anche dalla società civile, dal sindacato, dalle associazioni, da tante donne e uomini che non intendono arretrare di un millimetro su un principio fondamentale: il consenso.

Cosa cambia nel ddl

Il punto che ha spinto le organizzazioni femministe alla mobilitazione è la modifica presentata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno alla proposta di legge sulla violenza sessuale, che lo scorso novembre era stata votata in maniera bipartisan alla Camera.

Nel testo iniziale lo stupro veniva definito come atto compiuto “senza il consenso libero e attuale”. Il 27 gennaio, in commissione al Senato, su spinta della Lega, la formulazione è stata modificata in “contro la volontà della persona”.

Un cambio di paradigma che contestiamo.

Spostare l’asse dal consenso alla “manifestazione del dissenso” significa introdurre un elemento ambiguo, che rischia di gravare ancora una volta sulle vittime. Noi chiediamo che si torni alla legge approvata nel 1996 e che non si facciano modifiche che rappresentano un arretramento culturale e giuridico.

In piazza a Roma hanno sfilato anche delegazioni di Cgil – Belle Ciao e Fiom – con il segretario generale Maurizio Landini, insieme a Uil, Donne Democratiche e numerose realtà associative.

Il corteo nazionale: “Chi tace non acconsente”

“Senza consenso è stupro”. È questa la parola d’ordine che ha aperto il corteo nazionale partito da piazza della Repubblica e arrivato fino a piazza San Giovanni.

Migliaia di persone – in gran parte donne, ma anche uomini, associazioni, sindacati e rappresentanti politici – hanno attraversato le vie del centro di Roma dietro striscioni fucsia con slogan chiari:

“Chi tace non acconsente”,
“Senza consenso è sempre violenza”,
“Se non è condiviso, che piacere è?”.

La mobilitazione, promossa da centri antiviolenza e realtà femministe e transfemministe, ha visto l’adesione di Amnesty, Cgil, Fiom, Uil e sindacati di base.

Al centro delle critiche il rischio di un’inversione dell’onere della prova. Secondo Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, si rischia “di tornare indietro di 30 anni se si chiede che sia la donna a dimostrare il dissenso, dando per presupposto che sia sempre consenziente”.

È proprio questo il nodo politico e culturale. Trasformare il consenso in una “manifestazione del dissenso” significa spostare il peso probatorio su chi denuncia la violenza. Un arretramento che le associazioni giudicano inaccettabile.

Dal corteo è arrivata una richiesta netta: bloccare il ddl o tornare alla stesura originaria. Le organizzatrici parlano di una mobilitazione “solo all’inizio”.

Una battaglia che riguarda anche il lavoro

Per LavoroPiacentino.it questa non è una battaglia simbolica. È una questione che riguarda diritti, dignità e potere nei rapporti sociali. La violenza di genere non è un fatto privato: attraversa i luoghi di lavoro, le relazioni di potere, le disuguaglianze materiali.

Il principio del consenso non è un dettaglio lessicale. È il cuore di una cultura dei diritti che non può arretrare.

Da Piacenza a Roma, il sasso è stato lanciato. Le acque si stanno muovendo. E non è finita qui.

STEFANIA PISARONI

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