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Precari e Giustizia: hanno ridotto l’arretrato dei Tribunali. Ora rischiano di sparire. “Nordio ascoltaci…”

Dentro il paradosso dell’Ufficio per il Processo: a Piacenza da 32 a 18 addetti, mentre incombe la scadenza del contratto di giugno 2026. Sono riusciti in un’impresa. E non una qualsiasi: ridurre l’arretrato della giustizia italiana. Eppure non sanno se avranno ancora un lavoro tra pochi mesi.

È la storia — tutta italiana — degli addetti dell’Ufficio per il Processo, la struttura nata con i fondi del PNRR per affiancare magistrati e cancellerie e accorciare i tempi di cause civili e penali. Una figura ibrida, a metà tra giurista e amministrativo, pensata per rendere finalmente più veloce una giustizia notoriamente lenta.

A Piacenza erano 32. Oggi sono 18.

Tra loro c’è Riccardo D’Imprima (in foto), 30 anni, laurea in giurisprudenza a Trento e specializzazione in diritto amministrativo a Bologna. Si è trasferito in città da Modena per questo lavoro, all’ombra del Gotico. Un investimento di vita su un progetto che ha funzionato — ma che potrebbe finire.

D’Imprima, partiamo da dentro: com’è oggi lo stato dell’Ufficio per il Processo?

«Non sembra esserci, da parte del Governo, né una visione programmatica né politica su questo aspetto fondamentale della giustizia: l’abbattimento dell’arretrato. È come se si fossero usati i soldi perché li dava l’Europa, ma considerandolo una parentesi. Eppure il servizio ha raggiunto gli obiettivi, nonostante lo scetticismo iniziale».

Lunedì il ministro Nordio sarà a Piacenza e avete annunciato un sit-in. Se potesse parlargli direttamente?

«Gli chiederei una cosa semplice: l’Ufficio del Processo esisterà ancora dal 1° luglio 2026, cioè il giorno dopo la scadenza dei nostri contratti? Parliamo di un progetto pensato anni fa — già nel 2014 proposto anche dalla Cgil — e realizzato con i fondi PNRR. Una struttura nuova, creata proprio per velocizzare i processi. Dopo quattro anni i dati dicono che funziona: meno arretrato e tempi più rapidi. Il punto è: che cosa diventeremo noi? Esisterà ancora questo ufficio?»

Lei ha scelto Piacenza per questo lavoro. Come si vive con questa incertezza?

«Con grande instabilità. Fino a poche settimane fa sembrava potersi stabilizzare solo una parte di noi: fuori restano, ad oggi, ancora 1.800 lavoratori. Lavorare con una scadenza addosso è pesante. Nel nostro tribunale — ma vale in tutto il distretto — c’è stata una dispersione impressionante di personale e di competenze: eravamo in 32, oggi siamo 18 e il lavoro è lo stesso. Molti stanno andando via vincendo altri concorsi, preferendo impieghi in amministrazioni che garantiscono stabilità occupazionale. Il sotto-organico nel ministero della Giustizia è cronico, ma qui diventa paradossale».

Il Tribunale di Piacenza, in vicolo del Consiglio

Sul piano personale cosa significa precarietà?

«Significa non poter fare progetti: un mutuo, una famiglia, scelte di vita. È una spada di Damocle costante. Non è facile. E se anche la stabilizzazione riguarda circa 9mila persone, non è chiaro con quale profilo professionale si procederebbe alla nostra stabilizzazione né dove verremmo effettivamente collocati. Noi lavoriamo nei tribunali e nelle corti d’appello, ma si parla anche di inserimenti presso il tribunale per i minorenni, nelle procure e presso gli uffici del giudice di pace. C’è molta incertezza. Vorremmo capire se è stata fatta una valutazione reale sull’Ufficio del Processo oppure se si tratta solo di riempire posti amministrativi vacanti».

In sintesi: cosa chiedete?

«La stabilizzazione per tutto il personale PNRR, il riconoscimento della professionalità acquisita in questi 4 anni di lavoro e la continuità del progetto. Nonostante lo scetticismo iniziale, gli obiettivi sono stati raggiunti. Sarebbe assurdo smantellare proprio ciò che ha funzionato».

Il paradosso resta lì, nero su bianco nelle statistiche ministeriali: i tempi della giustizia migliorano, mentre chi li ha migliorati rischia di uscire dagli uffici. La riforma ha prodotto risultati. Ora deve decidere se diventare struttura — oppure restare esperimento.

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