In piazza Cavalli il sit-in promosso dal Centro Antiviolenza e dalla Rete delle Donne. Una mobilitazione che parla di diritti, cultura e libertà

Il 14 febbraio è la giornata degli innamorati, dei fiori e delle promesse. Ma a Piacenza, quest’anno, sarà anche la giornata in cui si discuterà pubblicamente di ciò che dell’amore è l’esatto contrario: il possesso, la violenza, il sospetto sulla parola delle donne. Sabato mattina, alle 11 in Piazza Cavalli, il Centro Antiviolenza e la Rete delle Donne hanno convocato un sit-in aperto alla cittadinanza contro il cosiddetto ddl stupri, la riformulazione presentata in Senato che — secondo le associazioni — rischia di indebolire il principio del consenso e riportare la valutazione dei fatti sulla condotta della vittima. Non è una scelta casuale: portare questa mobilitazione proprio nel giorno simbolo dell’amore significa ribadire una cosa semplice e radicale, che l’amore non ha niente a che vedere con la coercizione, con la pressione psicologica, con il silenzio imposto.
Il cuore della protesta sta nel nodo giuridico e culturale del consenso. Il diritto penale negli ultimi decenni ha compiuto un percorso preciso: spostare l’attenzione dall’onore e dalla moralità alla libertà sessuale della persona. Non conta come eri vestita, dove eri, se avevi bevuto o se conoscevi l’aggressore: conta solo se volevi o non volevi. Le modifiche al testo proposte dalla senatrice Bongiorno prevedono invece il concetto di “volontà contraria delle vittime” al posto di quello del “consenso”. Per l’avvocata Manuela Ulivi si tratta di un gravissimo passo indietro: «Così la parte offesa diventa quella imputata: è inaccettabile». La presidente di D.i.Re Carelli aggiunge: «Dire “no” spesso è difficile. Basta ri-vittimizzare le donne». Secondo le realtà promotrici, è proprio qui il punto: riaprire uno spazio interpretativo in cui la vittima debba dimostrare la propria opposizione significa tornare a un modello culturale già superato, in cui la credibilità dipende dal comportamento e dalla reazione, mentre l’autore della violenza beneficia dell’ambiguità.
Il problema non riguarda soltanto i tribunali ma il modo in cui la società ascolta — o non ascolta — chi racconta una violenza. Quando una donna denuncia, la prima domanda troppo spesso non è “cosa ti è stato fatto”, ma “cosa hai fatto tu”. È su questa distanza tra esperienza vissuta e percezione pubblica che lavorano quotidianamente i centri antiviolenza. In Italia non sono sportelli informativi né servizi assistenziali generici: sono luoghi costruiti sull’idea che la violenza maschile contro le donne non sia una somma di casi individuali ma un fenomeno strutturale. Per questo il lavoro non parte dalla denuncia ma dalla relazione: una donna può entrare e non dire il suo nome, può parlare mesi prima di decidere qualsiasi passo, può anche scegliere di non denunciare. Il percorso resta suo. Le operatrici, formate specificamente sulla violenza di genere, costruiscono insieme alla persona un progetto di uscita che riguarda sicurezza, autonomia economica, supporto psicologico, tutela legale e protezione dei figli. Spesso lavorano nel silenzio e lontano dalla visibilità mediatica, ma rappresentano il primo presidio concreto contro i femminicidi. La maggior parte delle donne arriva molto prima dell’episodio più grave, quando la violenza è fatta di controllo, isolamento e svalutazione quotidiana: quella che dall’esterno non si vede ancora ma prepara tutte le altre. Per questo il tema del consenso non è un tecnicismo giuridico: è il punto in cui si decide se la società riconosce la libertà femminile o la sospetta.
Manifestare a San Valentino non è una provocazione simbolica ma una scelta precisa: separare definitivamente amore e dominio, dire che la relazione non è un attenuante, che la familiarità non è consenso e che il silenzio non è assenso. Il sit-in di sabato non è contro qualcuno in particolare ma per un principio: senza consenso non esiste relazione, esiste violenza.






















