IL DECRETO DEL PRIMO MAGGIO
Lo ha annunciato la presidente del Consiglio in Parlamento: torna il decreto del Primo Maggio. Una consuetudine ormai consolidata, che negli ultimi anni ha accompagnato la Festa dei lavoratori con interventi sul mercato del lavoro, spesso contestati dalle organizzazioni sindacali per gli effetti negativi su chi, per vivere, deve lavorare.
Quest’anno il provvedimento – atteso dopo la delega sulla retribuzione “giusta ed equa” fissata al 18 aprile – dovrebbe intervenire su più fronti: lavoro giovanile, carico fiscale e, soprattutto, contrattazione collettiva. Proprio qui si concentra il rischio più delicato.
CONTRATTAZIONE COLLETTIVA: IL RISCHIO DEI “PIRATA”
Nella bozza circolata, la definizione di contrattazione collettiva fa riferimento alle negoziazioni tra organizzazioni datoriali e sindacali dello stesso settore. Una formulazione che nasconde insidie non di poco conto. Il rischio, infatti, è che una definizione così ampia apra la strada ai cosiddetti “contratti pirata”: accordi firmati da sigle poco rappresentative che abbassano salari, diritti e tutele. Non si tratta di un tema marginale. Dietro questa impostazione si intravede una possibile liberalizzazione del sistema contrattuale: più soggetti ammessi al tavolo significa maggiore competizione tra contratti. Ma una competizione che, nei fatti, scarica sul costo del lavoro il margine di impresa.
NON SOLO SALARI: DOVE AVVIENE IL DUMPING
Il punto non è tanto il minimo salariale, che può essere impugnato e corretto in sede giudiziaria grazie a una giurisprudenza ormai consolidata. Il vero terreno su cui agiscono i contratti pirata è altrove: permessi, mensilità aggiuntive, inquadramenti, formazione, sicurezza.
È qui che si realizza il dumping. Meno tutele, meno diritti indiretti, più ore lavorate a parità di salario. Un risparmio per le imprese che scelgono questi contratti e un arretramento complessivo per i lavoratori.
LA PROPOSTA DURIGON E IL “LIBERO MERCATO” DEI CONTRATTI
Tutto nasce dal recepimento della direttiva europea sul salario minimo, la proposta avanzata dal sottosegretario Claudio Durigon punta a individuare, per ogni settore, il contratto più applicato o quello “comparativamente più rappresentativo”.
Ma tra queste due opzioni la differenza è sostanziale, come spiega benissimo Patrizia Pallara su Collettiva.it. Il contratto più rappresentativo nasce dal consenso dei lavoratori, misurato attraverso iscritti e voti. Quello più applicato può invece essere semplicemente il più conveniente per le imprese, e quindi il più diffuso per scelta datoriale.
È uno slittamento che rischia di cambiare l’equilibrio del sistema: dalla rappresentanza alla convenienza.
IL NODO DELLA RAPPRESENTANZA
Qui emerge il vero problema strutturale italiano: l’assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale.
Oggi non esiste una norma che stabilisca in modo vincolante chi può firmare contratti collettivi e con quale legittimazione. Questo consente a sigle minoritarie di sottoscrivere accordi validi formalmente, ma privi di un reale mandato dei lavoratori.
I numeri danno la misura del fenomeno: circa 800 contratti depositati al CNEL, contro circa 200 riconducibili alle organizzazioni maggiormente rappresentative. Una frammentazione che alimenta concorrenza al ribasso e confusione normativa.
COSTITUZIONE E RAPPRESENTANZA: UN DISEGNO INCOMPIUTO
Il paradosso è che la Costituzione italiana aveva già previsto una soluzione. L’articolo 39 stabilisce che i sindacati, una volta registrati, possano stipulare contratti collettivi con efficacia generale, vincolanti per tutti.
Ma quella norma non è mai stata attuata. Mancano le leggi che regolino la registrazione dei sindacati e la misurazione della loro rappresentatività. I padri costituenti avevano immaginato un sistema ordinato, fondato su soggetti certificati e su contratti validi per tutti.
Quell’impianto è rimasto monco. Al suo posto si è sviluppato un sistema di fatto, basato sul riconoscimento reciproco tra le parti sociali e su criteri pattizi (come gli accordi interconfederali), ma privo di una cornice legislativa pienamente efficace.
SENZA LEGGE, DECIDE IL MERCATO
In assenza di una legge sulla rappresentanza, il rischio è che il sistema venga regolato dal mercato dei contratti: più convenienti per le imprese, più diffusi; più diffusi, più legittimati.
È una dinamica che può svuotare il ruolo della contrattazione collettiva come strumento di tutela e riequilibrio, trasformandola in una leva competitiva al ribasso.
UNA SCELTA POLITICA, NON TECNICA
Il punto, allora, non è solo tecnico ma politico. Rafforzare davvero la contrattazione collettiva significa definire chi rappresenta i lavoratori e su quali basi.
Senza questo passaggio, ogni intervento rischia di produrre l’effetto opposto: moltiplicare i contratti, indebolire quelli più tutelanti e aumentare le disuguaglianze nel mondo del lavoro.
Ed è proprio questo il terreno su cui si gioca la partita del decreto del Primo Maggio.






















