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Aza Corp, da marchio storico alla liquidazione: «I lavoratori non paghino il rischio d’impresa»

«È mancata trasparenza. Per mesi abbiamo ascoltato un ottimismo immotivato, mentre per noi la difficoltà dell’operazione era evidente. Ci sono dipendenti che sono lì da vent’anni e che non hanno mai ottenuto una risposta franca».

Le parole di Lorenzo Bruschi della Fiom Cgil Piacenza restituiscono il punto più doloroso della vicenda Aza Corp – Aghito Zambonini: non solo la fine, almeno per ora, di una fabbrica. Ma il modo in cui lavoratrici e lavoratori sono stati accompagnati dentro la crisi. Con stipendi mancati, cassa integrazione bloccata, prospettive incerte e la sensazione di essere rimasti gli ultimi a dover pagare il conto.

La fabbrica di via Spinazzi, a Fiorenzuola, oggi è vuota. Ne parla un pezzo a firma di Paola Brianti sul quotidiano Libertà. Nei reparti non c’è più produzione. Restano soltanto le ultime attività amministrative legate alla liquidazione giudiziale, decretata dal Tribunale di Padova con sentenza depositata il 24 aprile. La procedura riguarda Aghito Zambonini S.p.A., società con stabilimenti a Noventa Padovana e Fiorenzuola d’Arda, specializzata nella progettazione, produzione e installazione di facciate per edifici (Qui sotto una realizzaizone a Milano negli anni ’70 e una a New York; foto dal sito dell’azienda).

Eppure, fino a pochi anni fa, Aza era raccontata come una realtà industriale di primo piano. L’azienda nasce nel 2011 dall’unione tra la padovana Aghito e la piacentina Zambonini, due storie radicate nel settore delle costruzioni metalliche e degli involucri edilizi. Sul sito aziendale la storia viene fatta risalire agli inizi del Novecento, con la fusione del 2011 indicata come passaggio decisivo per affrontare mercati nazionali e internazionali sempre più complessi.

Un marchio storico, anche formalmente: il marchio “Aghito” risulta iscritto nel Registro speciale dei marchi storici di interesse nazionale il 30 luglio 2024, secondo l’elenco pubblicato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Dentro quella storia ci sono commesse importanti e competenze riconosciute: torri di Porta Nuova e Fondazione Prada a Milano, City Ringen della metropolitana di Copenaghen, Virgin Tower a New York. Lo ricordano anche le ricostruzioni sindacali e la stampa veneta, che in questi mesi hanno seguito la crisi del gruppo.

Ma dietro le facciate di vetro realizzate per edifici iconici resta oggi una domanda semplice: che fine fanno le persone che hanno costruito quel valore?

Ad aprile 2025, al momento dell’accesso alla composizione negoziata della crisi, Aghito Zambonini contava circa 200 addetti: 85 nella sede padovana, 108 nel sito piacentino e altri dipendenti negli uffici di Forlì e Treviso. Nel corso dei mesi, secondo la Fiom di Padova, gli occupati si sono dimezzati, con un esodo progressivo di professionalità e competenze.

A Fiorenzuola, nell’aprile 2025, i lavoratori erano 132. Oggi ne restano 75. Chi non si è licenziato attende ancora lo stipendio di dicembre e la tredicesima. A questo si aggiunge il nodo della cassa integrazione straordinaria per crisi, concessa a gennaio ma mai materialmente erogata per una parte dei lavoratori, rimasta incagliata tra passaggi burocratici, Inps e ufficio paghe.

Una condizione che per Bruschi ha un significato preciso: «Non si può chiedere ai lavoratori di farsi carico del rischio d’impresa. Sono persone che hanno continuato a fare la propria parte fino all’ultimo, mentre non arrivavano risposte chiare sul loro futuro».

La cronistoria della crisi parte da lontano. Secondo le ricostruzioni sindacali, le prime avvisaglie erano già nei bilanci 2023; nell’aprile 2025 l’azienda entra nella composizione negoziata della crisi, con l’obiettivo iniziale di trovare nuovi soci e salvaguardare la continuità. Nei mesi successivi si apre la ricerca di possibili partner o acquirenti: le manifestazioni d’interesse sarebbero state oltre venti, poi ridotte a due proposte, Technologica S.r.l. e LMV S.p.A..

È qui che, secondo il sindacato, si consuma uno snodo decisivo. La proprietà avrebbe indicato come percorribile soltanto la proposta di Technologica, mentre per le organizzazioni sindacali quella di LMV appariva più credibile per rilancio industriale e salvaguardia dell’occupazione. La Fiom di Padova ha parlato apertamente di una gestione orientata più a “salvare il singolo imprenditore” che l’impresa; Bruschi, da Piacenza, insiste sulla mancanza di chiarezza: «Quando la situazione era già complicata, ai lavoratori non è stata detta fino in fondo la verità».

Nel frattempo, il primo gennaio 2026 viene depositata la domanda di concordato preventivo, insieme alla richiesta di cassa integrazione straordinaria. Il 12 gennaio, davanti allo stabilimento di Noventa Padovana, si tiene un presidio sindacale: 44 lavoratori rimasti nel sito padovano, a fronte dei 70 presenti ad aprile 2025, chiedono stipendi, tredicesima e garanzie. Anche allora la denuncia era netta: «Il lavoro a questa azienda non mancherebbe, manca la serietà di una gestione affidabile e lungimirante».

Poi il precipitare degli eventi. La sentenza del Tribunale di Padova apre la liquidazione giudiziale. I curatori nominati sono Luca Pieretti e Roberto Artusi Sacerdoti; l’esame dello stato passivo è fissato per ottobre, passaggio decisivo per definire il quadro dei creditori.

Sul contesto pesa anche la vicenda giudiziaria della Torre dei Moro di Milano, distinta dalla procedura concorsuale ma inevitabilmente entrata nella storia recente del gruppo: nel marzo 2026 Ettore Zambonini è stato condannato a due anni e sei mesi nel processo di primo grado sul rogo del grattacielo milanese.

Ora tutto passa dal tavolo convocato per venerdì 8 maggio in Regione, alla presenza di sindacati, curatori, avvocati e istituzioni di Emilia-Romagna e Veneto. Le strade possibili sono due: esercizio provvisorio o chiusura definitiva.

L’esercizio provvisorio consentirebbe di completare alcune commesse ancora aperte, tra cui una francese di rilievo, generando liquidità e permettendo di accompagnare una parte dei lavoratori con strumenti di tutela. Ma non è una scelta automatica: potrà essere autorizzata solo se ritenuta economicamente sostenibile.

L’alternativa è la liquidazione piena, con licenziamento collettivo e passaggio alla Naspi. Una prospettiva che preoccupa soprattutto chi ha più anni di lavoro alle spalle: per alcuni lavoratori, due anni di indennità potrebbero non bastare a colmare il vuoto contributivo che li separa dalla pensione.

Sul piano dei crediti, lavoratrici e lavoratori sono creditori privilegiati. Le somme recuperate dalla liquidazione dei beni aziendali dovranno andare prima di tutto a loro. Se non basteranno, dovrà intervenire il Fondo di garanzia Inps per coprire Tfr e mensilità arretrate.

Dopo il tavolo dell’8 maggio, la Fiom convocherà lavoratori ancora in forza e lavoratori già usciti dall’azienda per definire, insieme ai legali, le azioni necessarie al recupero delle spettanze.

«È inaccettabile — conclude Bruschi (IN FOTO) — che a pagare il prezzo più alto siano ancora una volta i lavoratori. Proprio loro, che si sono spesi fino all’ultimo. E che mai dovrebbero addossarsi il rischio d’impresa».

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