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Farmacie comunali, si apre la vertenza: “Basta lavoro precario mascherato da autonomia”

Contratto fermo e stato di agitazione nazionale

PIACENZA – Il rinnovo del contratto si arena e i sindacati alzano il livello dello scontro. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil hanno proclamato lo stato di agitazione nazionale per le lavoratrici e i lavoratori delle farmacie comunali, con effetti immediati anche sul territorio piacentino.

Il Contratto collettivo nazionale, scaduto il 31 dicembre 2024, resta infatti senza un accordo. Le trattative con Assofarm – che rappresenta le aziende pubbliche del settore – non hanno prodotto, finora, risultati concreti. Le proposte avanzate negli incontri dell’11 marzo e del 1° aprile vengono giudicate “insufficienti”, soprattutto sul piano salariale, in una fase in cui l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto e aumentato il divario tra retribuzioni e costo della vita.

“Parliamo di lavoratrici e lavoratori altamente qualificati – sottolineano i sindacati – che garantiscono ogni giorno un presidio sanitario essenziale. Non è accettabile che la loro professionalità venga svalutata”.


La farmacia cambia, il lavoro aumenta (ma non il salario)

Il nodo non è solo economico. Negli ultimi anni le farmacie comunali sono cambiate profondamente. Con la cosiddetta “farmacia dei servizi”, introdotta e rafforzata anche a livello normativo nazionale, il ruolo del farmacista si è ampliato: non più solo dispensazione del farmaco, ma prestazioni sanitarie, screening, servizi di prevenzione e supporto al sistema sanitario territoriale.

Secondo i dati di settore, negli ultimi anni le farmacie sono diventate sempre più un punto di riferimento sanitario di prossimità, soprattutto dopo la pandemia, con un aumento significativo delle prestazioni offerte ai cittadini.

A questa crescita di responsabilità, però, non ha fatto seguito – denunciano le organizzazioni sindacali – un adeguato riconoscimento economico e normativo.


Il caso Piacenza: “Troppe partite Iva per coprire lavoro ordinario”

Se il quadro nazionale è critico, a Piacenza la vertenza assume tratti ancora più netti. Le farmacie comunali attive sul territorio sono quattro – via Manfredi, corso Europa, Roncaglia e la nuova sede delle Mose – e qui emerge con forza un tema che riguarda sempre più settori del lavoro: l’uso improprio delle partite Iva.

Secondo Filcams, Fisascat e Uiltucs, il ricorso a collaborazioni autonome non riguarda attività realmente indipendenti, ma copre lavoro stabile e continuativo.

“Il lavoro autonomo deve essere tale – spiegano i sindacati –. Quando viene utilizzato per esigenze ordinarie diventa uno strumento per comprimere il costo del lavoro e aumentare gli utili”.

Il fenomeno delle cosiddette false partite Iva non è nuovo. Secondo elaborazioni INPS e ISTAT, una quota significativa di lavoratori autonomi in Italia opera in condizioni di mono-committenza e con scarsa autonomia organizzativa, elementi che avvicinano queste posizioni al lavoro subordinato senza però le stesse tutele.


Un nodo nazionale: precarietà e qualità del servizio

Il punto sollevato dalle organizzazioni sindacali va oltre il singolo territorio. La diffusione di forme di lavoro “ibrido” o impropriamente autonome pone un tema di qualità del servizio pubblico.

“Non si può costruire un presidio sanitario di qualità precarizzando il lavoro – affermano le tre sigle –. Le farmacie comunali dovrebbero essere un modello, non un luogo dove si aggirano le tutele”.

La richiesta è chiara: stabilizzazione dei lavoratori e riconoscimento pieno dei diritti, a partire dall’inquadramento contrattuale.


Il 27 aprile snodo decisivo

Nel frattempo è stata attivata la procedura di raffreddamento e conciliazione prevista dalla legge 146/1990 sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Un incontro è fissato per il 27 aprile: sarà il passaggio decisivo per capire se la trattativa può riaprirsi.

“Da qui capiremo se la controparte intende dare risposte concrete – avvertono Filcams, Fisascat e Uiltucs –. In caso contrario, la mobilitazione andrà avanti”.

La partita, insomma, resta aperta. E riguarda non solo il rinnovo di un contratto, ma il modello di lavoro – e di servizio pubblico – che si vuole costruire nei territori.

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