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Appalti e diritti: se il risparmio della committenza diventa un debito sociale

L’analisi. Lo sciopero alla Professional Solution di Piacenza riaccende i riflettori su un sistema che frammenta il lavoro e scarica i costi sulle lavoratrici. Perché la responsabilità della stazione appaltante non può finire con la firma di un contratto.

Le braccia incrociate dalle prime ore di stamattina davanti ai cancelli della STEP spa da parte delle lavoratrici in appalto della Professional Solution S.r.l. non sono solo l’esito di una trattativa locale interrotta. Lo sciopero proclamato da Filt Cgil e Fit Cisl, coordinato sul posto da Filippo Calandra e Barbara Murelli, è il sintomo di una malattia più profonda che attraversa il mercato del lavoro italiano: la giungla degli appalti.

Al centro della disputa piacentina ci sono richieste basilari — l’adeguamento del buono pasto e un premio di risultato — che l’azienda appaltatrice respinge citando l’assenza di margini economici. Ed è qui che il caso locale diventa una questione politica e sistemica. Se un’azienda che gestisce un appalto per una S.p.a. come Step dichiara di non avere “margine” per garantire dignità economica ai propri dipendenti, il problema non è solo del fornitore, ma della stazione appaltante.

La trappola del massimo risparmio Il meccanismo è ormai tristemente noto alle cronache sindacali, specialmente nel settore della logistica e dei servizi. Il committente appalta per ridurre i costi fissi e snellire l’organizzazione; tuttavia, se la tariffa riconosciuta all’appaltatore è calcolata al ribasso, l’unico modo per quest’ultimo di generare profitto è comprimere il costo del lavoro. Le “incongruenze” citate dai sindacati piacentini puntano dritto a questo nervo scoperto: la congruità delle tariffe.

Non si può parlare di “qualità del servizio” se questa viene pagata con la stagnazione salariale dei lavoratori. La responsabilità del committente (la cosiddetta responsabilità in solido) è un principio cardine del nostro ordinamento, ma troppo spesso le grandi aziende utilizzano lo schermo dell’appalto per lavarsi le mani delle dinamiche quotidiane che avvengono nei magazzini o negli uffici gestiti da terzi.

I dati: un sistema ad alto rischio irregolarità I numeri confermano che quella degli appalti è la zona più grigia dell’economia italiana. Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, il tasso di irregolarità riscontrato nelle ispezioni ha superato la soglia del 70%, con un picco preoccupante proprio nelle fattispecie di interposizione fittizia di manodopera, cresciuta di oltre il 17% nell’ultimo anno.

In questo scenario, il “dumping contrattuale” fa il resto. Nonostante i recenti sforzi del CNEL per censire e ridurre i cosiddetti “contratti pirata” — che oggi vedono una drastica riorganizzazione dell’Archivio per valorizzare solo i contratti realmente rappresentativi — la frammentazione rimane altissima. Su oltre mille contratti depositati, solo una minima parte garantisce tutele reali, mentre gli altri servono spesso a giustificare tabelle salariali che non permettono di arrivare a fine mese.

Oltre lo sciopero: verso una nuova responsabilità La richiesta di Filt Cgil e Fit Cisl di un incontro urgente con la committente Step S.p.a. è un atto dovuto e necessario. Non è più accettabile che la stazione appaltante si consideri un soggetto estraneo alla vertenza. Se l’appaltatore non ha margini, è perché il contratto di appalto è stato sottoscritto a cifre che non prevedono la crescita dei diritti.

Sbloccare la vertenza di Piacenza significa quindi pretendere trasparenza sui costi e sulla gestione della filiera. Il sistema degli appalti non può continuare a essere una zona franca dove il risparmio aziendale si trasforma in povertà lavorativa. La mobilitazione di oggi a Piacenza ci ricorda che la pace sociale e la serenità operativa di un sito non si comprano con i ribassi, ma si costruiscono con relazioni industriali sane e, soprattutto, con la responsabilità di chi quel lavoro lo ha commissionato.

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