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Dopo Bibbiano, il lavoro sociale tra invisibilità e gogna mediatica: parlano il prof Gino Mazzoli e l’avvocato Luca Bauccio

Verso il convegno del 3 giugno della Fp Cgil Piacenza (ore 17 sala Mandela). Mazzoli: «Il lavoro sociale è la rete su cui scarichiamo tutto, ma così non regge più». Bauccio: «L’accusa non è una condanna: serve recuperare il valore della presunzione d’innocenza»

Mazzoli: «Il lavoro sociale è la rete su cui scarichiamo tutto. Ma così non regge più»

Consulente strategico dei servizi di welfare già docente alla Cattolica di Milano: «Serve una nuova narrazione. Educatori sottopagati e burocrazia stanno impoverendo il lavoro sociale nei territori»

Gino Mazzoli, consulente strategico dei servizi di welfare, impegnato da anni in attività di consulenza, ricerca e formazione con i servizi sociali in diverse aree del Paese. Già docente alla Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano

Il lavoro sociale finisce al centro del dibattito pubblico quasi sempre quando esplode una crisi: uno scandalo, un’emergenza, una vicenda giudiziaria. Molto più raramente viene raccontato per ciò che è ogni giorno: prevenzione, cura delle relazioni, costruzione di comunità, presidio delle fragilità. È da qui che parte il convegno del 3 giugno promosso dalla Fp Cgil a Piacenza, dedicato al lavoro sociale “che non fa notizia”, in programma alle ore 17 in sala Mandela.

Ne abbiamo parlato con Gino Mazzoli, consulente strategico dei servizi di welfare, impegnato da anni in attività di consulenza, ricerca e formazione con i servizi sociali in diverse aree del Paese. Già docente alla Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, Mazzoli propone una lettura netta: senza un cambio di narrazione e senza un investimento reale sulle condizioni di lavoro, il welfare territoriale rischia di non intercettare più chi ha più bisogno.

Professor Mazzoli, perché il lavoro sociale entra nel dibattito pubblico quasi sempre nei momenti di crisi, mentre resta invisibile nella sua dimensione quotidiana?

«Perché il lavoro sociale è diventato una sorta di rete di salvataggio su cui si scarica tutto ciò che non funziona: problemi giuridici, economici, politici, familiari, comunitari. Come se i servizi sociali dovessero occuparsi di tutto e come se fosse una cosa semplice. È sempre stato un po’ così, ma in un tempo conflittuale come quello che stiamo vivendo, con servizi sempre più frammentati e sofferenze sociali in aumento, il carico è diventato insostenibile».

Secondo Mazzoli, il problema è anche il mancato riconoscimento materiale e culturale del lavoro. «Parliamo di stipendi spesso molto bassi rispetto alla complessità delle funzioni svolte. E non vedo oggi forze politiche o movimenti capaci di farsi davvero carico di questo tema, a parte i rappresentanti dei lavoratori».

Il convegno richiama anche il caso Bibbiano. Che cosa ha rappresentato quella vicenda per il lavoro sociale?

«Nella vicenda Bibbiano una cosa mi ha colpito in modo particolare: per mesi gli operatori sono stati travolti senza che quasi nessuno prendesse parola a difesa del lavoro sociale. Anche quando le accuse si sono ridimensionate o sono cadute, è mancato un discorso pubblico capace di spiegare la complessità di quel lavoro».

Mazzoli invita a non rimuovere la delicatezza degli interventi di tutela minorile. «L’allontanamento di un bambino dalla famiglia è uno degli interventi più forti che lo Stato possa compiere. È un atto doloroso, durissimo, ma in alcune situazioni può essere necessario. Il punto è che non può essere raccontato con slogan o semplificazioni. Quando autorità dello Stato — in un caso due vicepresidenti del Consiglio, nell’altro il presidente del Consiglio e il presidente del Senato — si schierano contro altri pezzi dello Stato che svolgono un lavoro estremamente complesso, il cittadino resta inevitabilmente disorientato».

Da dove si può ripartire per rilanciare il lavoro sociale? Servono più risorse, competenze, modelli organizzativi o una nuova narrazione?

«La narrazione culturale è la premessa di tutto. Oggi non ci sono le condizioni politico-culturali per interventi strategici di largo respiro, anche se sarebbero necessari. Bisogna ricostruire una narrazione partendo dalle micro-esperienze dei territori, mettendole in connessione e rendendole visibili».

Qui Mazzoli vede un possibile ruolo anche per il sindacato. «Se un soggetto come il sindacato si propone di valorizzare le tante esperienze che nei territori vengono costruite ogni giorno, aiuta a mostrare la complessità del lavoro sociale. Non solo in chiave rivendicativa, ma come racconto di interventi necessari, spesso invisibili, dentro situazioni familiari e sociali molto difficili».

Lei sostiene che oggi il lavoro sociale sia diventato anche più difficile da svolgere. Perché?

«Perché è un lavoro complesso, poco riconosciuto e caricato da nuove difficoltà. Dopo Bibbiano, anche alcune riforme hanno reso più complicato l’intervento sui minori. Penso, per esempio, alla riforma Cartabia: a mio giudizio ha ridotto, in una parte importante delle decisioni riguardanti i minori, la presenza di competenze sociali e psicologiche nella fase della decisione. Questo significa che situazioni familiari molto complesse rischiano di essere lette soprattutto attraverso il parere della polizia giudiziaria e dei magistrati. Figure fondamentali, naturalmente, ma che non hanno competenze specifiche di tipo psicologico e sociale. Il rischio è che anche il tema degli abusi sui minori venga semplificato, mentre richiede strumenti di lettura molto più articolati».

Poi c’è il tema della burocrazia. «Dopo il Pnrr e con la crescente dipendenza da progetti europei, nazionali, regionali o da fondazioni bancarie, i bilanci dei Comuni sono sempre più occupati da voci vincolate e da fonti di finanziamento diverse. Non sono gli operatori ad avere meno libertà di spesa: sono i Comuni ad avere margini più ristretti e, insieme, un obbligo rendicontativo che è diventato enormemente più pesante, direi decuplicato rispetto a pochi anni fa. Questo obbliga spesso a far svolgere funzioni rendicontative a operatori che prima erano impegnati direttamente nelle funzioni sociali. Il lavoro non è più quello di prima: è aumentato, è diventato più pesante e resta sottopagato».

Il nodo degli educatori è centrale?

«Assolutamente sì. Gli educatori sono figure chiave nel lavoro di comunità. Quando un educatore se ne va, non perdi solo una professionalità: perdi le relazioni che quella persona ha costruito nel tempo con un territorio, con le famiglie, con i ragazzi, con le reti informali. Non puoi pagare una figura così 900 euro al mese e pensare che resti. Alla prima occasione se ne va: a scuola, in fabbrica, in altri settori. E noi perdiamo competenze fondamentali».

Povertà, fragilità familiari, disagio giovanile, invecchiamento, migrazioni: i bisogni sociali cambiano rapidamente. Il sistema territoriale è attrezzato?

«Il problema è che il pubblico oggi fatica ad assumere e non regge da solo questo carico. Bisogna guardare anche al ruolo delle cooperative, ma soprattutto alla capacità dei singoli territori, degli amministratori locali e dei dirigenti dei servizi di compiere scelte strategiche. Non basta chiedere più operatori dentro lo schema di prima. Se resta tutto uguale, non risolviamo il problema».

Qual è allora lo schema nuovo?

«Dobbiamo costruire un welfare più vicino alle persone. Un welfare che non aspetti soltanto chi arriva allo sportello, perché molte persone non chiedono aiuto, anche quando ne hanno bisogno. C’è vergogna, c’è paura, c’è sfiducia. Se aspettiamo solo la domanda esplicita, finiamo per aiutare soprattutto chi ha la forza, il coraggio o la possibilità di chiedere. E lasciamo fuori tutti gli altri».

Per Mazzoli serve un welfare capace di uscire dai perimetri tradizionali. «Bisogna costruire alleanze con chi vede persone tutti i giorni: baristi, parrucchieri, insegnanti, centri di assistenza fiscale, pediatri, luoghi di prossimità. Sono presìdi informali che possono aiutare a intercettare fragilità prima che diventino emergenze. È un lavoro meno costoso di quello tradizionale e spesso molto più efficace nel costruire reti sociali».

Quindi il lavoro sociale che “non fa notizia” è anche quello che tiene insieme una comunità prima che esploda l’emergenza?

«Esattamente. Ma per farlo bisogna riconoscerlo, raccontarlo e metterlo nelle condizioni di funzionare. Oggi il rischio è chiedere sempre di più a operatori sempre più esposti, più soli e meno pagati. Così il sistema non regge. Il lavoro sociale non è un settore residuale: è una delle infrastrutture fondamentali della convivenza».


Bauccio: «Dopo Bibbiano serve recuperare il valore della presunzione d’innocenza»

L’avvocato, atteso a Piacenza il 3 giugno, interviene sul rischio dei processi mediatici: «L’accusa non è una condanna. La spettacolarizzazione della cronaca giudiziaria va arginata con regole severe»

C’è un prima e un dopo Bibbiano nel modo in cui l’opinione pubblica affronta le vicende giudiziarie che coinvolgono minori, famiglie, servizi sociali e persone fragili. Un terreno delicatissimo, dove l’inchiesta penale, la comunicazione politica, la pressione dei media e l’onda dei social possono intrecciarsi fino a produrre effetti devastanti sulla vita delle persone coinvolte.

È uno dei temi che saranno al centro dell’iniziativa promossa dalla Fp Cgil Piacenza, in programma il 3 giugno, dedicata al lavoro sociale, alla delegittimazione degli operatori e alla necessità di ricostruire una narrazione pubblica più seria, più attenta e più rispettosa della complessità.

Luca Bauccio, penalista che si occupa di diritto penale, reputazione e diritti umani; è stato il legale degli accusati (poi assolti) del “caso Bibbiano”

Tra gli ospiti ci sarà anche l’avvocato Luca Bauccio, penalista che si occupa di diritto penale, reputazione e diritti umani. In vista dell’appuntamento piacentino, Bauccio richiama un punto essenziale: il rischio che la cronaca giudiziaria si trasformi in un processo parallelo, celebrato fuori dalle aule dei tribunali.

«I media si stanno trasformando in tribunali»

Secondo Bauccio, negli ultimi anni si sta consumando una trasformazione profonda e dagli esiti ancora imprevedibili. «Fino a qualche tempo fa — osserva — abbiamo assistito a una sorta di alleanza tra media e magistratura. La magistratura, talvolta anche non intenzionalmente, si è avvantaggiata dei media, e i media sono andati spesso a braccetto con la magistratura».

Oggi, però, il quadro sarebbe cambiato. «La grande trasformazione — spiega — è che i media si stanno affrancando dalla dipendenza dalla magistratura. Non vogliono più essere soltanto l’altoparlante dell’inchiesta: vogliono farla loro l’inchiesta, vogliono essere giudici, anche dei giudici e delle indagini».

È qui che si apre il nodo del processo mediatico. Quando una vicenda complessa viene semplificata, caricata emotivamente, trasformata in racconto univoco, il rischio è che l’accusa diventi già condanna agli occhi dell’opinione pubblica.

Bibbiano, la reputazione distrutta e mai ricostruita

Il caso Bibbiano, per Bauccio, resta emblematico. «È stata una vicenda politica forse più che giudiziaria», afferma. «Abbiamo visto come i media abbiano amplificato e distorto i contenuti dell’indagine. Si è parlato di elettroshock, di manipolazione mentale, ma non c’è stata attenzione verso le ragioni degli accusati».

Il punto, per il penalista, non riguarda soltanto il momento dell’esplosione mediatica dell’inchiesta, ma anche ciò che accade dopo. «Nessuno ha pensato di rappresentare il punto di vista degli imputati. E anche dopo le assoluzioni la notizia è passata, ma non c’è stata una vera rimeditazione, né un recupero reputazionale per le persone coinvolte».

È una dinamica che lascia ferite profonde. L’assoluzione, quando arriva, non sempre riesce a riparare il danno prodotto da mesi o anni di esposizione pubblica. La reputazione, una volta distrutta, difficilmente torna com’era.

«Questa disattenzione verso l’accusato, verso l’imputato e persino verso la sentenza del tribunale — aggiunge Bauccio — segna una discontinuità: i media vogliono celebrare da soli i processi. E se i giudici non si allineano, anche i giudici possono essere messi sotto processo».

«L’accusa non è una condanna»

Al centro del ragionamento c’è un principio antico, ma sempre più fragile nel dibattito pubblico: la presunzione di innocenza.

«I grandi problemi — sottolinea Bauccio — a volte hanno soluzioni antiche e semplici. Dobbiamo recuperare il valore profondo della presunzione di innocenza, che è sancita dalla nostra Carta costituzionale. Dobbiamo recuperare l’idea che l’accusa non è una condanna, che l’accusa deve essere provata, che chiunque sia sospettato è anche un presunto innocente e merita rispetto, ascolto, attenzione».

Un richiamo che vale ancora di più quando al centro delle vicende ci sono minori, famiglie, servizi sociali, educatori, assistenti sociali, psicologi, amministratori pubblici. Figure e contesti che spesso diventano bersaglio di campagne violente, costruite su frammenti di informazioni, slogan e semplificazioni.

Social, intelligenza artificiale e responsabilità umana

La trasformazione dell’ecosistema informativo rende il quadro ancora più complicato. I social network hanno accelerato la circolazione delle notizie, ma anche delle falsità. L’intelligenza artificiale, oggi, può ulteriormente disintermediare il rapporto tra cittadini e comprensione dei fatti.

Bauccio invita però a non perdere di vista il punto centrale: la responsabilità resta umana. «Non so se l’intelligenza artificiale possa aiutarci in tutto questo — osserva —. Temo che possa rendere la situazione ancora peggiore. Ma il problema resta la spettacolarizzazione del processo, che va arginata. Servono regole severe per chi fa informazione e, più in generale, per chi decide di affrontare i temi della cronaca giudiziaria».

La presunzione di innocenza, insiste il penalista, non è una formula astratta. «È l’unica garanzia che ciascun individuo ha come protezione dall’errore, dal processo di folla e di piazza, dalla distruzione della propria reputazione».

E proprio i social, secondo Bauccio, hanno aggravato il problema: «Una falsa notizia è in grado di moltiplicarsi in modo incontrollato. Bisogna fare molta attenzione alla fonte, cioè a chi produce informazione. Spesso non è l’intelligenza artificiale, ma un essere umano».

Il lavoro sociale dopo la delegittimazione

Il tema riguarda da vicino il lavoro sociale. Dopo Bibbiano, molti operatori hanno raccontato un clima più pesante, segnato da sospetto, paura, delegittimazione. Assistenti sociali, educatori, psicologi e amministratori sono stati spesso descritti come parte di un sistema opaco, senza che venisse riconosciuta la complessità del loro lavoro quotidiano.

Per questo l’iniziativa del 3 giugno vuole aprire una discussione pubblica diversa: non per rimuovere il dovere di controllo, né per negare che in ogni ambito possano esserci errori o responsabilità, ma per sottrarre il lavoro sociale alla gogna, alla semplificazione e alla propaganda.

Bauccio non elude nemmeno il piano politico della vicenda. A suo giudizio, nel caso Bibbiano «la messa alla gogna di amministratori, sindaci, assistenti sociali e psicologi rientrava in un calcolo propagandistico: demonizzare l’avversario». Poi, quando quel progetto non ha più prodotto effetti, «la vicenda è stata abbandonata e nessuno si è più visto».

È anche da qui che riparte la riflessione piacentina: dal bisogno di rimettere al centro le persone, i diritti, le garanzie e la dignità del lavoro sociale. Perché una società democratica si misura anche da questo: dalla capacità di cercare la verità senza distruggere preventivamente chi è accusato, e dalla forza di riconoscere che giustizia e gogna non sono la stessa cosa.

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