Il sindacato boccia l’ipotesi di quote rigide per gli studenti con background migratorio: «A Piacenza sarebbero difficili da applicare e rischierebbero di produrre segregazione». Le priorità indicate sono classi meno numerose, stabilizzazione del personale, edilizia scolastica e salari più alti.
PIACENZA – Non tetti numerici agli alunni di origine straniera, ma investimenti, continuità didattica e classi meno affollate. Nel dibattito sulle proposte di introdurre limiti rigidi alla presenza di studenti con background migratorio nelle singole classi, interviene la Flc Cgil di Piacenza.
Secondo il sindacato guidato dal segretario generale Giovanni Zavattoni (in Segreteria, con Zavattoni Daniele D’Acquisto, Anastasia Tornabene, Graziella Sitzia, Alberto Rossi e Vincenza Tarantino) il confronto sulla scuola e sull’inclusione rischia ancora una volta di concentrarsi su una questione affrontata in modo «superficiale e ideologico», senza analizzare le cause strutturali delle difficoltà che attraversano il sistema scolastico.
«L’inclusione non si costruisce con le quote»
Per la FLC CGIL, i modelli fondati sulla semplice integrazione o sull’assimilazione, nei quali è lo studente a doversi adattare passivamente a un contesto culturale già definito, hanno mostrato da tempo i propri limiti.
La scuola italiana ha invece costruito il proprio modello pedagogico e costituzionale sul principio dell’inclusione: la pluralità linguistica e culturale non dovrebbe essere considerata un problema burocratico da contenere, ma una condizione ordinaria da governare attraverso la flessibilità didattica, l’autonomia scolastica e la valorizzazione delle caratteristiche di ogni alunno.
Le quote, inoltre, non rappresenterebbero una novità assoluta. Una soglia per la presenza di alunni con cittadinanza non italiana era già stata indicata dalla circolare ministeriale numero 2 del 2010. Per la FLC CGIL, tuttavia, una misura di questo tipo non sarebbe più coerente con l’attuale organizzazione della scuola, fondata non su rigidi programmi ministeriali, ma sulle Indicazioni nazionali, sull’autonomia degli istituti e sulla possibilità di adattare i percorsi educativi ai diversi contesti.
Bambini nati in Italia e nuovi arrivati nella stessa categoria
Un altro problema riguarda la definizione stessa di “alunno straniero”. Inserire nella medesima categoria bambini nati e cresciuti in Italia, studenti arrivati da poco e ragazzi perfettamente madrelingua produrrebbe, secondo il sindacato, classificazioni burocratiche incapaci di rappresentare le reali competenze linguistiche, cognitive e scolastiche.
Il rischio è quello di utilizzare la cittadinanza o l’origine familiare come unico criterio, senza tenere conto dei percorsi individuali e del livello effettivo di conoscenza della lingua italiana.
«A Piacenza il sistema rischierebbe la paralisi»
La questione assume una rilevanza particolare nel territorio piacentino, caratterizzato da una presenza molto elevata di studenti di origine non italiana.
Per la FLC CGIL, l’introduzione di tetti numerici rigidi sarebbe concretamente difficile da applicare nelle scuole della città e della provincia. Gli istituti potrebbero essere costretti a spostare gli alunni da un quartiere all’altro o persino da un comune all’altro, interrompendo la continuità didattica e allontanando bambini e ragazzi dalle comunità nelle quali vivono.
Il risultato, anziché favorire l’inclusione, potrebbe essere una forma di segregazione logistica, accompagnata da ulteriori difficoltà organizzative per le scuole e per le famiglie.
Classi meno numerose e più spazi per la didattica
Per il sindacato, le vere emergenze della scuola sono altre. La prima riguarda il numero degli studenti per classe.
La FLC CGIL chiede di superare definitivamente i limiti introdotti dalla riforma Gelmini e di ridurre il numero di alunni nelle aule. Classi meno affollate, sostiene il sindacato, permetterebbero ai docenti di seguire meglio gli studenti, personalizzare i percorsi e affrontare con maggiore efficacia le difficoltà linguistiche, educative e sociali.
Servono poi investimenti nell’edilizia scolastica, con edifici sicuri, moderni, dotati di laboratori e di spazi adeguati. Tra le criticità indicate anche le temperature sempre più elevate raggiunte all’interno delle aule, che rendono necessario intervenire sulle condizioni degli edifici e sulla qualità della permanenza a scuola.
Precariato e salari, le altre emergenze
L’inclusione, aggiunge la FLC CGIL, richiede anche stabilità. La presenza continua degli stessi docenti e dello stesso personale ATA è considerata essenziale per costruire progetti educativi solidi, rapporti duraturi con gli studenti e una collaborazione efficace con le famiglie.
La progressiva eliminazione del precariato storico viene quindi indicata come una delle condizioni indispensabili per migliorare la qualità dell’insegnamento.
Resta infine il problema delle retribuzioni. Gli stipendi del personale scolastico italiano, denuncia il sindacato, continuano a essere distanti dalla media europea. Valorizzare il lavoro di insegnanti, educatori e personale ATA significa quindi riconoscerne non soltanto il ruolo sociale, ma anche il valore economico e professionale.
«È tempo – conclude la FLC CGIL di Piacenza – di superare gli approcci ideologici e concentrare risorse ed energie su ciò che serve realmente alla stabilità della scuola della Repubblica e alla crescita delle nuove generazioni».
























