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Colf e badanti, la cura che regge le famiglie ma resta senza tutele

A Piacenza l’incontro promosso dalla Filcams Cgil nella Giornata internazionale del lavoro domestico. Un settore essenziale, composto per oltre l’89% da donne, nel quale l’irregolarità sfiora il 50%

La cura non si ferma sulla soglia di casa. Dietro l’assistenza a una persona anziana, la gestione quotidiana di un’abitazione o l’accudimento di un bambino ci sono lavoratrici e lavoratori che tengono insieme una parte fondamentale del welfare italiano. Eppure, proprio quel lavoro continua a essere tra i meno riconosciuti e tutelati.

È il messaggio emerso da “La cura oltre le mura”, l’iniziativa organizzata a Piacenza dalla Filcams Cgil in occasione della Giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori domestici. L’incontro, ospitato nei giardini pubblici di via del Cementificio, ha coinvolto colf, badanti e assistenti familiari in un momento di socialità, confronto e rivendicazione sindacale.

Al centro della giornata la piattaforma programmatica unitaria sottoscritta dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni che rappresentano le famiglie datrici di lavoro. Un documento che chiede al Governo una riforma complessiva di un settore che non può più essere considerato marginale.

Un pezzo decisivo del welfare

Il lavoro domestico sostiene ogni giorno migliaia di famiglie, permettendo la cura di anziani, bambini, persone malate e persone con disabilità. È anche uno dei principali strumenti di conciliazione tra vita e lavoro, soprattutto per le donne, che continuano a farsi carico della maggior parte del lavoro familiare non retribuito.

A livello nazionale il comparto conta circa 817mila lavoratori regolari e oltre 900mila famiglie datrici di lavoro. Più dell’89% degli occupati è costituito da donne, mentre è molto rilevante la presenza di lavoratrici e lavoratori migranti.

Il valore economico prodotto dal settore è stimato in circa 17 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil. Le famiglie italiane spendono ogni anno oltre 13 miliardi di euro per retribuire il personale domestico e di cura, assumendosi direttamente costi che, in assenza di questa rete, ricadrebbero sul sistema pubblico.

Secondo le stime richiamate nella piattaforma delle parti sociali, il lavoro domestico consentirebbe allo Stato un risparmio superiore ai 6 miliardi di euro l’anno, limitando il ricorso all’assistenza residenziale e alleggerendo la pressione sui servizi sanitari e sociali.

Un lavoratore su due è irregolare

A fronte di questo peso sociale ed economico, il lavoro domestico resta però il settore con il più alto tasso di irregolarità in Italia: circa il 50%, cinque volte la media degli altri comparti produttivi.

Un dato che si traduce in contributi non versati, pensioni più povere, minori tutele in caso di malattia o maternità e rapporti di lavoro che possono essere interrotti con estrema facilità.

«Colf, badanti e baby-sitter svolgono un ruolo fondamentale nella società, ma il settore continua a essere segnato da irregolarità, precarietà lavorativa e da una legislazione discriminatoria», sottolinea la Filcams Cgil di Piacenza.

Il lavoro nero, evidenzia il sindacato, non danneggia soltanto chi lavora. Espone anche le famiglie a rapporti privi di regole, aumenta l’isolamento delle persone coinvolte e priva lo Stato di risorse fiscali e contributive.

Malattia, maternità e licenziamenti: le tutele che mancano

La piattaforma nazionale individua cinque ambiti prioritari di intervento.

Il primo riguarda la malattia. A differenza della generalità dei lavoratori dipendenti, colf e badanti non possono contare su una copertura economica a carico dell’Inps comparabile a quella prevista negli altri settori.

Il secondo nodo è quello della maternità e della genitorialità, per le quali si chiedono tutele economiche e normative equivalenti a quelle riconosciute agli altri lavoratori.

Le parti sociali chiedono inoltre agevolazioni fiscali e contributive per le famiglie che assumono regolarmente e applicano il contratto collettivo, una gestione più stabile e inclusiva dei flussi migratori e l’inserimento del lavoro domestico nelle politiche pubbliche per la non autosufficienza, la disabilità e la natalità.

Nel corso dell’iniziativa piacentina è stata posta l’attenzione anche sulla possibilità di interrompere il rapporto di lavoro senza le garanzie previste negli altri comparti. Una condizione che rende il lavoro domestico particolarmente esposto alla precarietà e al ricatto.

La solitudine dentro le case

C’è poi una dimensione meno visibile: quella dell’isolamento. Molte assistenti familiari vivono nella casa della persona che seguono, spesso lontane dalla propria famiglia e prive di spazi di socializzazione.

Per questo la Filcams chiede la creazione di luoghi pubblici di incontro, servizi di welfare dedicati e politiche di inclusione capaci di riconoscere non soltanto la funzione economica, ma anche quella sociale di queste lavoratrici e di questi lavoratori.

«La cura non può restare confinata dentro le mura domestiche e affidata esclusivamente alle famiglie», è la posizione del sindacato. «Deve diventare una responsabilità collettiva e una parte strutturale delle politiche pubbliche».

All’incontro hanno partecipato Rosella Vommaro, della segreteria organizzativa della Filcams Cgil di Piacenza, la funzionaria Filcams Beatrice Moia, il segretario generale dello Spi Cgil di Piacenza Claudio Malacalza, la segretaria generale del Nidil Cgil di Piacenza Melissa Toscani e l’assessora comunale alle Politiche sociali Nicoletta Corvi.

Il punto, in definitiva, è riconoscere ciò che spesso resta nascosto: senza il lavoro domestico e di cura, una parte rilevante del sistema sociale italiano semplicemente non reggerebbe.

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